Vita Trentina, 23.04.2006
 

MAGNETICO ROMANZO DI ABATE
Il paese nel vento
di Elena Fontana

“La ferita della partenza”, si potrebbe porre come sottotitolo. Perché l’esperienza dell’emigrante, Carmine Abate l’ha vissuta sulla sua pelle e la sente ancora viva dentro di sé. E’ proprio da questa che sgorgano fiotti di storie, palpitanti di vita. Storie di grande forza emotiva ed evocativa, perché “mentre scrivo č come se vivessi altre vite, che anche se appartengono al passato, le vivo con la stessa intensitą al presente”, confessa lo scrittore.
Questa sua magnetica energia narrativa la si riscontra in modo sorprendente nel suo ultimo romanzo “Il mosaico del tempo grande” (Mondadori 2006, pp. 233, € 16,50). Qui, la ferita della partenza fa un tutt’uno con quella degli arberėshė: dalle imbarcazioni dei profughi che lasciano il primo paese di Hora in Albania, saccheggiato e incendiato dai turchi sul finire del 1400, al gommone carico di disperati in fuga dalla dittatura di Enver Hoxha nei pił recenti anni ’90.
E’ un mosaico di storie che oscillano come un’altalena continua fra luoghi, tempi e lingue diversi. Fondendo veritą storica e suggestioni fantasiose, misurato patos e semplicitą nel raccontare, lo scrittore ricostruisce le vicende della minoranza etnica italo-albanese che vive in Calabria. Il villaggio di Hora al di qua del mare nostro, “il paese sulla collina del vento”, diventa nel romanzo il luogo di flusso e smistamento di tante storie, individuali e comunitarie, che si rincorrono e si intrecciano nella gioia come nel dramma.

UN MOSAICO DI MEMORIE
Assunto centrale č che la memoria ha un ruolo fondamentale per la sopravvivenza dell’identitą collettiva. “Non ci siamo persi e non lo saremo fino a quando conserveremo memoria di chi eravamo e da dove veniamo”, dice il papąs Dhimitri Damas alla sua gente nel giorno in cui decidono di fermarsi sulla collina e fondare la nuova Hora. Passano gli anni e, di generazione in generazione, i due paesi - la “Hora jonė”, “il paese nostro” come si continuava a chiamare il villaggio al di lą del mare, e la Hora calabrese - “si confondono, si mescolano, diventano la stessa cosa, con le stesse memorie trasparenti”.
Ma quando fra il “tempo grande” della fuga e l’oggi si frappone un vuoto di memoria, c’č sempre qualcosa o qualcuno che puņ riempirlo per andare avanti. Cosģ l’antica icona di Shėn Jani Pagėzor, che i primi profughi avevano portato con loro, quando sarą appesa nella nuova chiesa consacrata, susciterą un brivido “nell’angolo remoto della memoria collettiva” insieme alla scoperta “che abbiamo avuto un destino comune, insieme abbiamo sofferto o gioito e in fondo siamo pił uniti di quanto crediamo”.
In particolare, ci pensa Adrian Demisa a coltivare la curiositą di coloro che lo hanno accolto profugo ad Hora, mentre va abilmente componendo tessera dopo tessera le figure del suo Grande Mosaico. L’artista sfuggito ai massacri di Hoxha, č simpaticamente chiamato Gojąri, ossia Boccadoro perché “ha mille storie nella bocca, tutte vere e preziose”. E le racconta mentre le fissa nel mosaico perché durino il pił a lungo possibile, ispirato da quel filo invisibile della bellezza “che lega lo sguardo al cuore e dą profonditą alla nostra vita”.

I PROTAGONISTI
Ricostruire il mosaico del tempo, con il recupero del passato, č l’impegno dei tre protagonisti principali: Antonio Damis, Michele e Gojąri. Antonio Damis č spinto da un impulso indomabile a ripercorrere le tracce dei padri e va in Albania alla ricerca di quel luogo “in cui tutto ebbe inizio”. Anche se grande sarą la sofferenza nel trovarvi solo ruderi di case bruciacchiate con il mitico lago di ninfee “diventato uno stagno di rane magre e gracchianti”. Ma c’č sempre un vecchio che ricorda…
Michele č un giovane fresco di laurea all’inizio degli anni Duemila, che ritarda la sua partenza per il Trentino in cerca di occupazione, e che č spinto da un’insaziabile curiositą per tutte le storie che racconta Gojąri.
Protagonista č anche la forza dirompente dell’amore. Un amore profondo, intessuto di passione e di sensualitą, come quello che fra Antonio Damis e Drita, la ballerina di Tirana, e fra Michele e Laura. Un amore “che č attrazione verso l’anima della persona di cui ti innamori, ma anche del corpo, del gesto e di quell’alone di sensazioni che rendono gioioso l’amore”, ci precisa l’autore.
E poi, protagonista invisibile, ma onnipresente ed insidioso č il vento. Il vento che farfuglia fra i sogni e le ossessioni della gente. Alle volte č lieve come un alito che porta i profumi della nuova primavera, di biancospino, di ginestra spinosa, di rose selvatiche. Alle volte č “il malo vento” denso e sciroccoso che toglie il fiato e la voglia di agire. Alle volte č la temuta “ombra di vento”, un’ombra sfuggente, che si specchia beffarda negli occhi di chi vede volteggiargli intorno la morte.

ALTRE TESSERE
Ci sono anche storie di risentimenti covati a lungo e voglie di vendetta tramandate da una generazione all’altra. C’il senso dell’ospitalitą e della festa popolare. Ci sono le baldanze giovanili e i chiacchierii delle donne nei vicoli. Ci sono atmosfere che incantano col loro fresco lirismo. E non manca un tocco di giallo per via della scomparsa dell’oro, raccolto fra la gente per la costruzione della nuova chiesa di Hora.
“Il mosaico del tempo grande” č quindi tutto un mosaico di smaglianti emozioni e di pensieri, comunicati con una straordinaria capacitą di affabulazione che si avvale di un colorito linguaggio misto di arbėresh, dialetto calabrese e lingua italiana. “Un capolavoro”, lo definisce il critico Giuseppe Colangelo.

Elena Fontana

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