traspi.net, 11.04.2006

Il mosaico del tempo grande
di Stefano Mola

  Della trama si dovrebbe sempre cercare di dire il meno possibile. Almeno, così sono le recensioni che piacciono a me. Bisognerebbe lasciare qua e là qualche spruzzo, di quelli che poi ti fanno venir voglia di tuffarti nel mare. Proviamoci allora con l'ultimo romanzo di Carmine Abate: Il mosaico del tempo grande. Come in altri suoi lavori, al centro c'è Hora, paese arberesh della Calabria. Lì troviamo il giovane Michele, appena laureato. Attorno c'è l'estate, ricca di sapore, sole, odori, colori. C'è un albanese scappato dal suo paese, Gojàri, artista del mosaico, che racconta una storia a Michele e ai suoi amici, fissandola tessera dopo tessera su una parete del suo studio. La sua narrazione intreccia il presente e il passato, partendo dalle origini di Hora, fondata quasi 600 anni prima dagli albanesi sfuggiti alla persecuzione turca. Una storia che rimbalza da una sponda all'altra dello Ionio come un'anima divisa in due, e anche avanti e indietro nel tempo. Secoli dopo c'è ancora chi, come Antonio Damis, non ha rinunciato all'idea di ritornare alle radici, per camminare le vie della Hora originaria. Ci sono poi ancora un tesoro scomparso, e gli amori, quelli di Antonio e quello di Michele con Laura, la figlia di Antonio...
Ci sembra di aver sparso una manciata di curiosità sufficiente a far venire almeno voglia di sfogliare il libro. Sappiate però fin da subito una cosa: Abate sa come intrecciare tutti questi fili in modo da mettere addosso la voglia di non smettere di leggere, quella piccola frenesia che fa scorrere gli occhi riga dopo riga, pagina dopo pagina, per capire come va a finire. Tra la sue qualità c'è infatti sicuramente la forza delle storie che racconta. Gojàri, il mosaicista, a un certo punto dice: Le storie le abbiamo dentro e attorno a noi, io non faccio altro che raccoglierle come frutti da un albero perché durino il più a lungo possibile. Questo hanno di buono i mosaici: che durano più degli affreschi, più dei quadri e delle parole, più di noi [pag. 193]. Io credo che questo valga anche per Abate, non solo per Gojàri. C'è quel qualcosa che richiama il racconto orale, quello che sembra fatto davanti al fuoco, d'estate, quando si vorrebbe che la notte dolce non finisse mai, per non andare più a dormire.
Ma al di là della forza della trama e della narrazione, quali sono i temi di questo libro? Innanzi tutto, sono temi forti. Cose cui a volte sembra di aver perso l'abitudine, che a volte, di non sapere o non potere più maneggiare. Il legame con la famiglia e la terra. La tradizione. L'incognita del lavoro. L'amore. Cose difficile da trattare senza scivolare nella retorica. La centralità di questi temi non porta a una cartolina da mulino bianco, a un richiamo acritico verso i bei tempi andati. Le cose forti sono per l'appunto forti. Difficili da gestire nella propria esperienza quotidiana, non aliene da conflitti. Spesso ci si dimentica che l'evoluzione stessa della vita procede per confronto e contrapposizione. La rimozione del contrasto e delle difficoltà non produce crescita. Piuttosto, una specie di quieto vivere dentro il quale si può nascondere l'orribile banalità del male. Abate non rimuove il conflitto tra le generazione, ma al tempo stesso rifugge da quello che è diventato una specie di luogo comune: la famiglia come grumo nero di negatività.
Poi, come gli spruzzi di trama citati in precedenza ci fanno capire, c'è l'intreccio del tempo, la ricorsività delle migrazioni: di albanesi, di italiani (ma ha senso, in questa storia, e in assoluto, distinguere con bandierine? Non sarebbe forse il caso, sempre, di usare la parola uomini e basta?). Come dire che l'esperienza dello sradicamento, della globalizzazione, per alcuni è venuta prima. I libri di Abate e questo in particolare ci fanno capire che non è tanto facile distinguere tra un prima immutabile, cristallizzazione di valori positivi, e un dopo da cui ci si deve difendere. Piuttosto, insegnano che la storia è un fluire, che la regola è l'intersezione, la mescolanza tra le genti: gli albanesi 600 anni prima hanno fondato il paese attraversando lo Ionio, Antonio Damis vuol fare il percorso inverso, Gojàri ha per un altro motivo, il regime albanese, rifatto lo stesso cammino dei suoi avi, molti uomini di Hora sono invece emigrati in Germania.
Abate riesce anche raccontare la storia di ieri, il quasi presente, senza essere didascalico (la caduta del regime albanese, gli sbarchi in Italia). Tutto questo è possibile proprio grazie al tempo grande, quello mitico della prima migrazione, quello raccontato poco a poco da Gojàri. Affondando le mani fino al 1400, il tempo grande assume una dimensione mitica, favolistica, che incanta per attrazione lo sguardo. Si crea una specie di visione prospettica che cambia il punto di vista sul presente, dando respiro e profondità a vicende cui spesso ci accostiamo grazie all'onda d'urto del megafono della cronaca, o lo sguardo distratto che lanciamo a un telegiornale. Perché non importa quando succedono i fatti, il tempo è grande se ti lascia una traccia dentro. Per esempio una fuga senza meta, l'ombra di vento che ti segue ovunque, oppure uno sguardo innamorato e il sapore della liquirizia, la felicità che appena la sfiori si allontana di un passo come un orizzonte dispettoso. Ecco: queste tracce dobbiamo cercare e seguire. Queste braci vive, in cerchio, sotto una montagna di cenere. Per andare dove, amici, non lo sa nessuno [pag. 116]
Questa forza di attrazione verso un qualcos'altro si concretizza nelle storie d'amore che percorrono i libri di Abate. Amore come forza travolgente, campo di forza nel senso vero e proprio delle leggi fisiche. Come le calamite: non possono scegliere di non incollarsi. Semplicemente, non possono farne a meno, è nella loro natura. In fondo, forse, Il mosaico del tempo grande racconta una cosa: la liquidità del vento, il movimento, l'agitazione sotterranea che ci strappa da noi stessi verso un sogno, sia esso un amore o un'altra terra.